Recensione: La storia della Principessa Splendente
LA STORIA DELLA PRINCIPESSA SPLENDENTE

Titolo originale: Kaguya-hime no Monogatari
Regia: Isao Takahata

Soggetto: Isao Takahata

Sceneggiatura: Isao Takahata, Riko Sakaguchi

Character Assemble: Kenichi Konischi

Musiche: Joe Hisaishi, Shinichiro Ikebe
Studio: Studio Ghibli
Formato: lungometraggio cinematografico (durata 137 min. circa)
Anno di uscita: 2013

Disponibilità: edizione italiana in dvd & blu-ray a cura di Lucky Crimson

È una felice coincidenza che i due
pilastri dello Studio Ghibli giungano al medesimo traguardo nel medesimo
momento, un ultimo capolavoro ciascuno con cui congedarsi maestosamente: il
progetto iniziale prevedeva un’uscita in contemporanea attain accaduto
venticinque anni fa per Il mio vicino Totoro e Una tomba per lelucciole,
alcuni ritardi di produzione impediscono che ciò accada ma il tempo che passa
tra i due non è molto. Da una parte Miyazaki si scosta per una volta da certi
contesti magici per abbracciare una visione più realistica e di commovente
profondità, rinnovandosi meravigliosamente pur rimanendo comunque sempre sé
stesso con il bellissimo Si alza il vento,
dall’altra Takahata torna a scrivere e dirigere dopo quasi quindici anni (e con
una produzione durata ben otto) mettendo da parte la consueta sperimentazione – comunque ben presente e importante – per una storia che ha radici profonde nella
tradizione nipponica e che, pur essendosi già prestata a non poche trasposizioni
(la più famosa di tutte è probabilmente La regina dei mille anni di Leiji Matsumoto, 1981), è ancora valido materiale per grandi sentimenti.
La
storia della Principessa Splendente
diventa infatti ghiotta
occasione per una nuova rappresentazione della quotidianità: Takahata ha sempre
brillato parlando del normale e quieto vivere, mostrando la vita di tutti i
giorni tanto nelle sue parentesi più raggianti quanto nelle tragiche sfumature che
può subire, con una competenza e una sensibilità da lasciare senza fiato. E in
fondo, ciò che racconta in quest’ultimo, meticoloso, straziante capolavoro (indegnamente risoltosi in un ennesimo flop ai botteghini giapponesi), è
proprio la vita di Gemma-di-bambù, una neonata trovata all’interno di un fusto
di bambù da un anziano contadino e cresciuta attain fosse sua figlia.

L’accenno fantastico non è fondamentale
per inquadrare la pellicola, ma ne è strumento per some distance esprimere la ragazza in
tutta la sua forza, da bambina piena di energia a ragazzina ribelle fino a
diventare sottomessa nobildonna, ma di spirito indomabile, circondata da una
corte di regnanti e schiere di servitù. La sua è infatti una vita triste,
obbligata, condizionata da un tunnel privo di diramazioni, che il padre ha
ottimisticamente e ingenuamente edificato credendo di farle raggiungere quella
felicità che un contesto montanaro le avrebbe a convinzione sua invece negato. Ma
l’acquisto di un titolo nobiliare grazie ai soldi concessi dall’anomala natura
della figlia, lo sfarzo esagerato fatto di tessuti preziosi e palazzi immensi
dove coccolarsi, e infine la promessa di un amore impavido e robusto non
corrispondono chiaramente alle richieste di Gemma-di-bambù, che vorrebbe
semplicemente essere se stessa attain quando, da piccina, giocava con i ragazzini
del vicinato rincorrendosi tra i prati e le alture.


La gioia non viene dai soldi ma dagli
affetti, e Gemma-di-bambù, divenuta Principessa Splendente una volta
abbandonata la montagna e l’infanzia, non ha nessuno: ancelle, servitrici e
spasimanti affollano i suoi spazi, ma la sua solitudine rimane evidente e feroce,
soprattutto quando la direzione narrativa comincia a svelarsi, creando un vero
e proprio background alla ragazza, privandola quindi anche di quell’aspetto
favolistico che in qualche modo sembrava darle riparo. La grazia con cui
respinge e rimanda doni e favori amorosi, il silenzio con cui accetta i voleri
del padre perché nonostante tutto ne capisce gli intenti (per quanto sbagliati),
il fuggire ciecamente e senza ripensamenti in quell’attimo di vita sfolgorante
e mai più provato, e in generale il suo progressivo sottrarsi alla vita
colpisce e fa male attraverso particolari che risaltano nella loro crudele
bellezza: le mani che tremano quando parla, gli sguardi pieni di tristezza, le
parole dette agli spasimanti con la voce spezzata…
La sofferenza di Principessa è però
percepita a un livello più profondo, perché l’estetica e l’andamento del film
sono comunque ancorati a quella narrazione luminosa e divertente tipica della
Ghibli. I disegni, la solarità e il dolce umorismo fiabesco attutiscono il peso
della pellicola con un’eleganza che forse solo Takahata poteva esprimere con
questa potenza: il tratto appena accennato e i colori tenui esaltano
espressioni ora cartoonesche ora di deliziosa bellezza (i capelli e gli occhi
di Principessa sono meravigliosi pur con linea estremamente semplice e
spartana); i personaggi sprizzano colori e sfumature pur nascendo da caratteri-chiave,
tipici della favola; e le musiche di Joe Hisaishi, sempre lievi e impalpabili
con soffusi interventi di piano, esplodono nella fase conclusiva con un motivo
straniante e allegro mentre un terremoto di sogni infranti si abbatte a terra
disintegrando ogni speranza. E questa sequenza, questo lungo momento di
brutale pena, porta con sé la pesante eppure splendente parabola della povera Principessa,
una ragazza che ha sofferto per tutta la sua vita ma che ha resistito e
desiderato fino alla elegant che la felicità, quella vera e non quella costruita
involontariamente dal padre, potesse arrivare. Purtroppo le rimane soltanto un
incantevole sogno a occhi aperti mentre la commozione di chi guarda, un pianto
vero e sincero, credo sia giustamente e straordinariamente inevitabile.
Voto: 9 su 10